Della bufala. Intesa come una delle belle arti

Opinione e diffamazione : tutto quello che avreste voluto sapere sul “caso Sallusti”, ma che non avete mai avuto il coraggio di chiedere.

Posted by pocavista su 2 ottobre 2012

 

Sallusti, martire della libertà di opinione

Chi sia Alessandro Sallusti, lo sanno tutti : un giornalista “obiettivo e al di sopra delle parti”, come l’ha recentemente definito un caustico Antonello Caporali in TV; una persona “mite e tollerante” con chi intralcia il cammino del proprio editore, come si conviene ad un giornalista che parla soprattutto alla pancia dell’ex-Popolo dell’Amore.

Sallusti e Feltri

Sallusti è noto per i teneri corsivi che rivolge alla magistratura, specie quando questa si occupa di Berlusconi; per gli elzeviri di sostegno a Fini e Bocchino, a Santoro e Travaglio, a Vendola e Di Pietro; ma anche a Marcegaglia, Montezemolo, Boffo e ai preti che assumono posizioni “scomode”. Il gandhiano Sallusti diventa però inaspettatamente severo di fronte a sconcezze italiche come i bunga bunga e le nipotine di Mubarak, le leggi “ad personam”, le igieniste dentali madrelingua fatte eleggere alla Regione per meriti orali, i voti che salvano dall’arresto i parlamentari inquisiti del centrodestra, le mazzette e i favori a “insaputa” di lor signori.

Da il Fatto Quotidiano, 11.01.2011

Non è questa l’idea che vi siete fatti di Sallusti, dopo tutte quelle prime pagine di Libero e de Il Giornale che hanno lanciato il metodo Boffo? Vi vengono in mente i vari tentativi di sputtanamento del giudice Misiano e del pool di Mani Pulite; gli amori giovanili della “rossa” Bocassini “colpevole” di avere baciato trenta anni fa in pubblico un giornalista di Lotta Continua; le tette al vento in prima pagina della “velina ingrata” Veronica Lario; la gigantografia di un giovanissimo Vendola nature in un campo nudisti per “dimostrare” che costui non è legittimato a definire una vergogna il bunga bunga; il tormentone sulla casa di Montecarlo che ha massacrato l’incauto Fini; la pubblicità data a bufale come i falsi dossier su Telekom Serbia o al falso nulla osta di Prodi al rapimento dell’iman Abu Omar? E le sparate alzo zero contro i musulmani, gli immigrati, i comunisti, la magistratura, le intercettazioni, i giornalisti di opposizione, i poteri forti, le tasse, la Merkel? 

Quisquilie e pinzillacchere : Sallusti – già Premio Penisola Sorrentina per il giornalismo, conferito da una giuria presieduta nientepopodimenoche da Magdi Cristiano Allam (!) – invece è un martire della libertà di opinione. Questo almeno è ciò che Il Giornale sostiene. In nome della libertà di opinione si schierano a fianco di Sallusti, non solo i politici del centrodestra, ma anche tutte le penne italiane che contano. E perfino Di Pietro, uno che frequenta malvolentieri sia la lingua italiana che i giornalisti berlusconiani.

La casta e il diritto longobardo.

Spesso c’è qualche giornalista che abusa della posizione di potere che occupa, diffamando e rovinando la vita di qualche comune mortale, diffondendo notizie e dossier falsi. Ma i colleghi oggi si affrettano tutti a dire no al carcere in nome della libertà di opinione. Si conviene – tutt’al più – che il giornalista “che sbaglia” paghi un risarcimento monetario.

Quindi a un giornalista che diffama, niente prigione in cambio di un po’ di soldi al diffamato. Ma un giornalista che rubasse un portafoglio dovrebbe andare in galera? Se colto in flagrante, potrebbe allora corrispondere un risarcimento alla “vittima”, che con questi chiari di luna darebbe almeno un senso al possesso del portafoglio. Se un giornalista divenuto presidente di Regione, invece di andare a trans, si dedicasse alle mazzette – a sua insaputa, beninteso – e venisse beccato con le mani nella marmellata, non potrebbe cavarsela con un risarcimento monetario alla Regione? Avrebbe senso infliggergli l’istituto medioevale della galera? E perché questo principio non dovrebbe valere anche per un giornalista assassino, che rifonderebbe – per danni – la famiglia della vittima e poi amici come prima? Le anime belle, come Manconi, che fanno un gran parlare di “pene alternative” al carcere saranno contente.

Io – se giornalista – potrei allora diffamare, rubare, farmi corrompere, uccidere: poi “caccio li sordi” e tanti saluti e sono. Tutto questo in difesa della libertà di opinione che viene fatta prevalere sulla dignità altrui, sulla proprietà privata altrui, sull’esercizio corretto delle pubbliche funzioni, sull’altrui diritto alla vita.

Perché non introdurre allora nel nostro ordinamento giuridico il “guidrigildo longobardo” per salvaguardare la libertà di stampa e di opinione? Ma, dato che i giornalisti non possono avere un trattamento diverso dagli altri cittadini, l’istituto del guidrigildo dovrebbe essere esteso a tutti.

Guidrigildo : chi era costui?

La perdita di un dente vale 8 solidi; la ferita al volto 16. La vita di un uomo libero 900 solidi.” Nel diritto penale longobardo il guidrigildo (Wehrgeld o Weregildus) rappresentava il compenso ritenuto idoneo a risarcire il danneggiato e i suoi familiari(compositio), ed era commisurato al valore sociale del danneggiato.

Il guidrigildo venne introdotto in Italia nel 643 con l’ Editto di Rotari. L’Editto fissava un risarcimento in denaro sulla base dello status sociale della persona offesa. In caso di omicidio, il colpevole doveva pagare l’intera somma alla famiglia della vittima. Se c’erano solo delle lesioni si doveva pagare una frazione del valore della vittima. L’Editto fissava un valore più elevato per la donna che per l’uomo libero. Ancora maggiore era il valore del magister porcarius, responsabile dell’allevamento dei porci : valutazione che oggi molti stenterebbero a riconoscere all’odierno magister porcarius, Calderoli, il nobile padre del porcellum.

Da noi cadrebbe a fagiolo anche la legge salica, introdotta da Clodoveo, Re dei Franchi, attorno al 510, che prevedeva pene pecuniarie per gli insulti, arte in cui eccellono molti nostri esponenti politici e giornalisti. Questa legge comminava la maggior pena pecuniaria (45 scellini) a chi definisse “meretrice” una donna. Non ci è dato sapere se la legge salica prevedesse sanzioni anche per aver definito “nipotina di un noto capo di stato straniero” quella che molti ritengono una giovane meretrice.

E’ un po’ il criterio su cui si basano le assicurazioni per infortuni e incidenti. Così se in macchina investo – si fa per dire – un precario o un disoccupato, non mi devo preoccupare molto, paga l’assicurazione. Se invece mi dovesse capitare un Bill Gates sarò inguaiato tutta la vita, dato che il massimale dell’assicurazione non mi coprirebbe più. Più incerto è il caso se l’investito – si fa sempre per dire – dovesse essere un Renzo Bossi, cui avremmo potuto intralciare la carriera accademica in Albania e i cui danni sarebbero difficilmente quantificabili.

In tal modo se un qualunque Sallusti diffamasse un giudice tutelare di Torino, basterebbe qualche decina di migliaia di euro a risarcire il danno. Però se il diffamato – supponiamo – dovesse essere un Berlusconi, allora non basterebbero milioni di euro.

Quindi i giornalisti devono scegliere con cura se e chi diffamare : tanto poi – almeno nel caso del giornalismo professionale – sarà l’editore a pagare. Se l’editore è ricco e ha molti interessi extra-editoriali da difendere, in politica o in economia, ci si può dedicare con zelo alla diffamazione degli avversari del padrone senza grosse preoccupazioni. Se disgraziatamente si dovesse andare sul penale e si rischiasse la galera per le troppe recidive, si può sempre dire che c’è un attacco alla libertà di opinione e fare la parte del martire.

Last but not the least : dato che l’istituto del guidrigildo prevedeva che una parte del risarcimento fosse versato allo stato, questo costituirebbe un formidabile strumento per rimpinguare le casse pubbliche. E per svuotare le carceri sovraffollate. Qualcuno lo faccia presente a Monti e a Napolitano.

Il guidrigildo di Cocilovo

Molti giornali hanno riportato la ricostruzione della vicenda della condanna di Sallusti a 14 mesi di reclusione. Riassumiamo la vicenda. 

Nel 2007 una ragazzina di tredici anni si sottopone all’aborto del bambino avuto dal fidanzatino di quindici. La bimba ha una storia personale complicata, è orfana ,viene affidata a vari istituti, subisce violenze prima dell’arrivo in Italia, viene adottata all’età di otto anni. I genitori adottivi poi si separano. La ragazzina fa uso di alcool e ecstasy, rimane incinta e la madre la convince ad abortire. La bimba in preda a esaurimento nervoso subisce anche un ricovero in neurologia.

Renato Farina

Renato Farina, usando lo pseudonimo di Dreyfus, però scrive sul quotidiano Libero, allora diretto da Sallusti, che «il magistrato ha ordinato un aborto coattivo»; che i genitori volevano «cancellare con bello shampoo di laicità» la maternità di una giovane madre. Per finire, la ciliegina sulla torta : «Se ci fosse la pena di morte, se mai fosse applicabile, questo sarebbe il caso. Al padre, alla madre, al dottore e al giudice». Per Farina, la coerenza è tutto : condanna l’aborto come omicidio e propone la morte di quattro persone. La legge del taglione o la sharia islamica sono troppo timide e permissive; non sarà una sana rappresaglia nazista, ma in mancanza di meglio …

Il giudice tutelare Giuseppe Cocilovo – che ha operato secondo quanto prescrive la legge – si è sentito diffamato e ha presentato denuncia. Ne è seguita la condanna di Sallusti, allora direttore responsabile di Libero, nei tre gradi di giudizio, per avere pubblicato notizie false e mai smentite. Solo dopo che il suo nome è stato fatto da Feltri a Porta a Porta, Farina – l’agente Betulla pagato dai servizi segreti, radiato dall’albo dei giornalisti e nel frattempo fatto eleggere al Senato dal PDL – ha ammesso di avere scritto lui l’articolo incriminato e chiesto la grazia per Sallusti.

Al giudice Cocilovo i magistrati hanno riconosciuto in sede civile un risarcimento di 30.000 euro. Gli avvocati di Sallusti, in vista della possibilità anche di una condanna penale definitiva, hanno invocato la remissione della querela. In cambio il giudice ha chiesto che il giornale pubblicasse almeno una rettifica e il versamento di 20.000 euro a Save the Children, un’organizzazione umanitaria che si occupa dei bambini. Cosa che Sallusti non ha voluto fare, dichiarandosi vittima di una legge “fascista” che punisce i reati di opinione (da quale pulpito …) e che non era disposto a barattare la propria libertà per un pugno di soldi.

Ci sarà sfuggito, ma il nostro martire della libertà di opinione non ha mai protestato per le condanne penali, sia pure non definitive, di colleghi come Travaglio, condannato in primo grado a 8 mesi per diffamazione di Previti (!), né per i tentativi del PDL di introdurre il carcere per i giornalisti che avessero pubblicato intercettazioni telefoniche prima del dibattimento. Anzi …

Opinione e diffamazione

Come dicevamo prima, quasi tutti i giornalisti e i politici si sono schierati con Sallusti, sotto la bandiera della libertà di opinione. Per loro la diffamazione passa in secondo ordine o non esiste. Vediamo alcune loro dichiarazioni secondo quanto riportato dai maggiori quotidiani italiani (vd. Repubblica, il Corriere, Il Giornale Il Fatto) :

1 – “Opinionisti”

  • Angelino Alfano, segretario di un partito che voleva introdurre il carcere per i giornalisti all’interno di una iniziativa di legge per limitare la pubblicazione delle intercettazioni : “La condanna assume i contorni di un’intimidazione inaccettabile”.
  • Daniela Santanchè, ex-sottosegretario del Governo Berlusconi : “Questo Paese fa schifo e spero che gli italiani scendano in piazza perché abbiamo raschiato il fondo. Sono sotto shock”.
  • Ezio Mauro, direttore di Repubblica : “Non si può andare in galera per un’opinione, anzi per il mancato controllo su un’opinione altrui.”
  • Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, ed ex-appartenente alla P2 : “Una sentenza liberticida che segna una delle pagine più buie della magistratura italiana”.
  • Ferruccio De Bortoli, direttore de Il Corriere della Sera : “E’ davvero molto grave che si arrivi ad ipotizzare il carcere per un collega su un cosiddetto reato d’opinione”.
  • Franco Siddi, segretario della Federazione Nazionale della Stampa: “E’ sconvolgente. In questo momento siamo tutti Sallusti”
  • Gad Lerner, conduttore TV: “La sentenza è “eccessiva nella pena comminata e quindi sbagliata”.
  • Giovanni Floris, conduttore di Ballarò “E’ un fatto molto grave che lascia increduli”
  • Ignazio La Russa, ex-AN che ha dichiarato di non offendersi se viene definito fascista : “Credo che il Parlamento e il Governo non possano restare inermi di fronte a fatti come questi e debbano porvi immediatamente rimedio”.
  • Lucia Annunziata, giornalista TV : “La notizia della conferma della condanna a Sallusti è terribile. E’ una cosa sbagliatissima e un precedente inquietante”.
  • Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, successore del famoso Boffo, manganellato mediaticamente da Feltri e costretto alla dimissioni: “Nessuno dovrebbe andare in carcere per questo reato”. Chissà se Boffo è dello stesso parere.
  • Marco Travaglio : esprime una posizione articolata, ma conclude con un “salvate il soldato Sallusti”. Affermazione che, visti i rapporti che corrono tra i due, a molti sarà suonata sorprendente.
  • Maurizio Belpietro, direttore di Libero : “Questo mestiere non si può più fare. Se i giornalisti devono pagare con la propria libertà le opinioni che esprimono, non si può più fare”.
  • Roberto Maroni, segretario della Lega e unico ex-Ministro dell’Interno del mondo ad aver subito una condanna per resistenza a pubblico ufficiale, per aver addentato il polpaccio a un poliziotto: “l’invito che faccio a Sallusti è: resisti resisti resisti”. Forse gli suggerisce di mordere tre volte il polpaccio a Cocilovo.
  • Silvio Berlusconi. ex- Presidente del Consiglio: “Chiederemo al governo di intervenire urgentemente in tal senso affinché casi come questi non si possano più verificare e nessuno possa essere incarcerato per avere espresso un’opinione”.

2 – “Diffamazionisti”

Se molti sono gli “opinionisti”, pochi al contrario i “diffamazionisti”. Tra questi riportiamo le posizioni del magistrato diffamato, di Beppe Giulietti, di Carlo Blengino, dei Massimo Fini e di un commentatore a un articolo di Michele Serra.

Il magistrato Cocilovo, la parte offesa: “Sarebbe bastata una lettera di scuse. Non a me, per carità, quanto ai lettori, per la notizia errata pubblicata dal giornale. E invece nulla, in sei anni quella lettera non è mai arrivata”. Poi il magistrato pone un problema che nessuno degli opinionisti sembra considerare : “Però, mi dica: cosa dovrebbe fare una persona quando è diffamata e un giornale non corregge i propri errori?” (Intervista a La Stampa di Torino)

Beppe Giulietti, stesso giorno, stesso giornale:Non con Sallusti, ma con l’articolo21”. Giulietti chiede alla destra una “riflessione autocritica sugli editti bulgari, sui conflitti di interesse, sulle espulsione dei cronisti sgraditi, sulle leggi bavaglio.”

Carlo Blengino, avvocato, parla della tempesta perfetta suscitata dal caso Sallusti, in qeusti termini:

( http://www.ilpost.it/carloblengino/2012/09/23/sallusti-la-tempesta-perfetta) :

Antefatto perfetto. “Una minorenne, l’aborto, il diritto alla vita; visioni laiche e visioni confessionali, su temi che agitano le nostre instabili coscienze”.

Epilogo perfetto. “Si sente lo stridore delle catene. Il Direttore, e con lui la libertà d’espressione finiranno in galera mercoledì, se la Cassazione non ripara l’inciviltà”.

Però, secondo Blengino, non tutto è perfetto: Sallusti a detta di Feltri sarebbe stato condannato “a sua insaputa”. Dopo le case di Scajola e le ristrutturazioni di Bossi, ci mancava pure il processo “a sua insaputa”. D’altro canto Sallusti con i suoi difensori ha interposto appello in secondo grado e ricorso in Cassazione: possibile che non ne sapesse nulla?

Continua Blengino : “Il sospetto è che, almeno in alcune realtà editoriali, i danni da diffamazione siano gestiti come un costo “ordinario” e fisiologico della macchina mediatica. Il rischio è che, senza responsabilità personali. .. le possibili diffamazioni dipendano da un mero calcolo di conto: dalle vendite o dalle convenienze dell’editore, per qualsivoglia fine. La macchina del fango che appassionava alcuni mesi fa molti giornalisti oggi indignati, è figlia di questa impostazione.

Massimo Fini, su il Fatto del 25 settembre 2012, manifesta il proprio disaccordo con Travaglio che avrebbe svolto una pura difesa corporativa.Travaglio vorrebbe escludere il carcere per ciò il giornalista scrive : il diffamato dovrebbe accontentarsi di una rettifica e, se questa non c’è, adire a vie legali, penali e civili. Domandiamo a Travaglio : ma non è proprio quello che è successo nel caso in specie?

Fini ricorda che dal dopoguerra ad oggi l’unico giornalista a finire in carcere per diffamazione è stato Giovannino Guareschi. E aggiunge che “il nostro Codice penale non fa distinzione fra diffamazione dolosa e colposa e non prevede che la rettifica sia esaustiva”. La legge deve essere uguale per tutti : “Noi giornalisti non siamo cittadini speciali, killer con la “licenza di uccidere” … Dobbiamo rispondere di ciò che scriviamo.”

Commento di triskel182 a L’Amaca del 26/09/2012 di Michele Serra (Repubblica)

la galera, per chi insulta o diffama a mezzo stampa, è una pena sproporzionata… Ma questo non alleggerisce di un grammo le responsabilità morali e sociali di chiunque usa pubblicamente le parole… L’articolo (di Farina, n.d.A.) … divulgava notizie false… È lo stesso genere di giornalismo che molti anni prima… arrivò a pubblicare su un quotidiano milanese della sera nome, cognome e indirizzo delle donne di Seveso che avevano deciso di abortire per timore degli effetti della diossina. Brillanti carriere sono nutrite anche di queste sconcezze. La legge, effettivamente, è uno strumento goffo e inadeguato per misurare certi abissi”.

Libertà di opinione e responsabilità dei giornalisti : che fare?

Il premier Mario Monti ha dichiarato: “Bisogna trovare un equilibrio tra i due beni della società: la libertà di stampa e la tutela della reputazione delle persone. Ci sono – aveva osservato – diverse soluzioni in diversi Paesi, è naturale per noi italiani fare riferimento alle posizioni dell’Unione europea”. Aspettiamo fiduciosi. Ma mica tanto.

Nell’attesa, riportiamo alcuni passi dell’articolo di Barbara Collevecchio su Il Fatto del 27 settembre 2012, “Sallusti, un martire?”

I giornalisti hanno un grande potere, influenzano la collettività. Uno psicologo o un medico che creano danni ad un paziente sono radiati dall’ordine e messi nelle condizioni di non fare più del male. … Ma ci rendiamo conto dei danni psicologici che subisce una persona vittima di calunnia e diffamazione? Sbattete il mostro in prima pagina, poi rettificate con un trafiletto, intanto una vita e una reputazione sono distrutte. No, questa libertà di distruggere l’altro in nome dello scoop o delle vendite e della fama io non mi sento di concederla a nessuno. La legge va cambiata? Sono d’accordo, nessuna galera, ma che l’ordine dei giornalisti elimini immediatamente le persone con scarso senso di responsabilità e dannose”.

Sarei d’accordo in linea di massima con la Collevecchio: ma se poi un direttore come Sallusti, che continua a far scrivere un giornalista radiato dall’Albo come Farina, viene sanzionato solo con due mesi di sospensione non andiamo molto lontano. Perché non è stato radiato anche Sallusti, che, come scopriamo adesso, anche dopo la sospensione ha continuato a ospitare gli articoli di Farina sotto pseudonimo, fregandosene dei provvedimenti dell’Ordine dei Giornalisti?

Sarebbe allora “indispensabile istituire la figura del Giurì per la lealtà dell’informazione” per poter tutelare il cittadino diffamato “anche attraverso una rigorosa applicazione dell’istituto della rettifica.” Ma questo, come abbiamo visto, non sarebbe sufficiente.

Massimo Fini, nel suo articolo su Il Fatto prima citato, avanza le seguenti proposte che mi appaiono assai ragionevoli:

1 – “Un tempo… si querelava “con ampia facoltà di prova”. Se il giornalista dimostrava di aver scritto il vero era a posto. La “facoltà di prova” dovrebbe essere resa obbligatoria in ogni procedimento penale per diffamazione.”

2 – Dovrebbero essere inibite le azioni civili di danno prima della querela penale.

3 – I politici e le aziende “inondano i giornalisti con azioni penali e civili per diffamazione con richieste milionarie di risarcimento che sono chiaramente intimidatorie. Se un presunto diffamato perde la causa dovrebbe essere obbligato a pagare una penale proporzionata alla sua richiesta. Così ci penserebbe due volte.” Troppo facile chiedere a un giornalista 10 milioni di euro solo per intimidirlo, e poi, nel caso che costui vinca la causa, rimetterci solo qualche migliaio di euro di spese legali.

Concludendo :dobbiamo forse difendere le macchine del fango per difendere la libertà di opinione e di stampa? Siamo d’accordo con gli “opinionisti” che la libertà di opinione sia una cosa delicata: se si comincia a incarcerare qualche giornalista c’è il rischio di finire come nella Russia di Putin o come la Cina. Ma i giornalisti devono andare impuniti, come la casta dei nostri parlamentari e se la possono cavare sempre e comunque col guidrigildo?

Blengino ci risponde saggiamente che “La libertà di espressione e la libertà di stampa si difendono meglio, soprattutto sui giornali, se non si difendono anche le violazioni dei diritti altrui. E dei propri doveri, anche di quello di sapere. Dopo di che si discuta pure dell’adeguatezza di questa o di quella sanzione …”

Dulcis in fundo: l’opinione di Marcello Veneziani

In questo blog ho già confessato una simpatia istintiva per Veneziani, dato che il mio compagno di banco alle medie si chiamava proprio come lui, stesso nome e cognome. Veneziani, ora disilluso dal berlusconismo e confinato nel ridotto della sua rubrica Il Cucù su Il Giornale, ormai non cerca più di giustificare il bunga bunga presidenziale al figlio tredicenne. Tutt’al più parla delle mezze stagioni che non ci sono più e riceve commenti degli affezionati lettori del tipo “quando c’era Lui, caro lei!”.

Ma il 28/09/2012, Veneziani ha un improvviso scatto di orgoglio e grida forte e chiaro: “In un Paese così, dove milioni di reati restano impuniti, dove migliaia di ceffi da galera vanno in giro, e dove il direttore di un giornale va in carcere per un articolo pubblicato sul suo giornale, io non ci vorrei vivere.”

Sul sito WEB de Il Giornale il lettore “IlCapitalista”, alle 19:09 dello stesso giorno commenta perfidamente : “E’ vero, che schifo un paese dove chi pubblica notizie false e diffamatorie pensa di passarla liscia … E’ proprio come dice lei Veneziani “un Paese così, dove la verità vale meno dell’appartenenza”, cioè un paese dove giornalisti, forti del potere politico ed economico che li protegge, possono diffamare attraverso notizie false e fare anche la vittima, per poi trovare gente come lei Veneziani, pronta a darle manforte solo per convenienza. Ha ragione è proprio uno schifo.”

Il fatto è che non c’è più Lui, caro lei. E anche Lei, caro Veneziani, che alla macchina del fango non si è mai abituato fino in fondo, ormai si sente poco.

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