Della bufala. Intesa come una delle belle arti

Lorenzo Raffi – Di bovini e d’altri cornuti

Posted by pocavista su 5 luglio 2009

 

 

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LORENZO RAFFI – DI UOMINI E DI ANIMALI

Ovvero della bufala, intesa come una delle belle arti

pg.252

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DI BOVINI E D’ALTRI CORNUTI

T’amo pio bove, ovvero come eravamo.

T’amo pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,
O che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ‘l lento
Giro de’ pazienti occhi rispondi …

Chi non avuto a che fare con questa poesia di Carducci? Da piccolo, a scuola, dopo essere passato come tutti per Dante, Petrarca e Leopardi, mi ero fatto l’idea che un animo introverso e una scarsa voglia di lavorare favorissero l’inclinazione per la poesia e per temi “nobili e alti”, come l’amore angelicato o le allegorie dello spirito. Quindi nella mia ingenuità mi stupivo che un poeta, per di più dall’esotico nome di Giosuè, facesse una dichiarazione d’amore addirittura ad un bue…

D’altro canto avevo una certa consuetudine con i buoi, per via di tutti i miei parenti che li impiegavano per lavorare la terra. Campi che tanto “liberi e fecondi” non erano, visto che ti ci dovevi spezzare la schiena per ottenerne qualcosa. Sopratutto non capivo a quale titolo il bue avrebbe dovuto “al giogo” inchinarsi “contento”, per assecondare l’uomo che “t’esorta e ti punge”. Vivo era il ricordo delle randellate che mio zio, come intere generazioni di contadini, distribuiva alla sua monumentale coppia di buoi di razza chianina, quando si rifiutavano di far avanzare l’aratro nelle ostiche argille di Maremma. Apro una parentesi : per la cronaca mio zio si chiamava Crepuscolo, forse l’unico in tutto il mondo, e faceva il paio con la zia Aurora, nomi scelti accuratamente dal mio nonno. Il nonno aveva così accolto ufficialmente in casa il linguaggio “aulico” delle tenzoni poetiche in ottava rima che lui e gli altri contadini recitavano a braccio in occasione delle fiere di paese, secondo una tradizione rurale toscana oggi praticamente scomparsa.

M’ immaginavo poi che al pio bove, il quale secondo il poeta avrebbe risposto al pungolo “co’l lento giro de’ pazienti occhi…”, in realtà gli sarebbero dovuti girare ben altri attributi. gif-zodtaurusSapevo perfettamente che la povera bestia doveva però fare i conti con due cose : in primis, il pesante giogo di legno a cui era legato e il morso che gli serrava dolorosamente le narici; in secundis, la mancanza degli attributi medesimi, che una sacrilega mano veterinaria gli aveva proditoriamente sabotato in tenera età. In mancanza di meglio, gli occhi erano l’unica cosa rimastagli capace di un qualche moto rotatorio.

Di molta pazienza del resto dovevano dare prova anche le sue sorelle di sventura, le vacche, quando all’alba con i miei cugini andavamo in stalla a mungerle, allontanandone i vitelli : rassegnate, giravano la testa per esaminare noi piccoli infami che osavamo togliere di bocca il pane ai propri figli. Tutto stava nel mettersi seduto di fianco all’animale legato alla greppia, mai passare dietro per evitare un calcio in bocca che ti avrebbe mandato all’altro mondo, bagnarsi le mani per spremere di volta in volta i capezzoli giusti, dare qualche cazzotto ogni tanto alle mammelle per favorire la discesa del latte, aggiustare la mira sul secchio del latte e il gioco era fatto.

Poi andavamo a fare colazione : il latte ancora a temperatura vacca, profumato di panna e con un dito di grasso, dai secchi passava alle ciotole. Ripensando a quel latte, non posso dare torto ai musulmani che lo considerano la migliore delle bevande, tanto è vero che secondo il Corano (47, 15) in uno dei fiumi del Paradiso scorre del latte puro. La Bibbia dal canto suo descrive la Terra Promessa come un luogo dove stilla latte e miele. Praticamente come nella pubblicità dei frollini per la prima colazione.

Al posto dei frollini e dei Pan di Stelle, noi accompagnavamo il latte con una fetta di pane “posato” (il pane si faceva una volta alla settimana), qualche pomodoro appena raccolto condito con sale e cipolla, qualche noce. Anni luce dai mulini bianchi, corn flakes, muesli, danacol e “Mukky Latte” microfiltrato.

Poi, anche se ci era sconosciuto l’uso di Activia , scendevamo in campo, come il babbo di Benigni e il Cavaliere. Solo che noi (e il Benigni senior) vi eravamo obbligati dalla mancanza di servizi igienici, assenti – insieme ad acqua e luce – nei poderi dell’Ente Maremma. Perciò la cosa doveva avvenire all’aria aperta. A lui, il Leader Supremo, chi glielo abbia fatto fare di scendere in campo con tutti i lussuosi bagni di cui dispone sia in terraferma che nei suoi possedimenti oltremare è tuttora un mistero. Ma non troppo.

Da Giovanni Rana al Mulino Bianco

Mia figlia, quando faceva le elementari, mi chiese se il toro e il bue fossero la stessa cosa. La cosa non mi stupì più di tanto, visto che la maggior parte dei nostri ragazzi urbanizzati riceve informazioni sulle campagne e sull’agricoltura soprattutto attraverso gli spot televisivi (se ne dovranno sciroppare in media più di 50.000 fino alla maggiore età). A forza di ammirare quel giulivo batrace di Giovanni Rana gif-rana-ridensche sta tutto il giorno in casa a fare la pasta col mattarello, di ascoltare quel giocondo macellaro di un Amadori che “conosce i suoi polli” uno per uno anche se sono milioni, di idolatrare quei tetrapack pezzati bianchi e neri come una vacca frisona, è chiaro che poi si finisce di considerare la campagna come il paese di Bengodi, popolato da sorridenti pensionati e in cui tutto cresce da solo senza fatica.

Ancora oggi, dopo aver visto migliaia di mulini bianchi di polistirolo in TV, nei week-end folle di attoniti consumatori accorrono in pellegrinaggio a Chiusdino nel senese, per visitare quel famoso Mulino Bianco che non esiste se non nella pubblicità della Barilla. Per chi non lo sapesse, il Mulino delle Pile (in arte Mulino Bianco), costruito dai monaci del XIII secolo, prende il nome dalle pile, recipienti di pietra dove dei martelli azionati dalla ruota idraulica battevano per infeltrirle delle stoffe immerse in una soluzione. Lavoro principale svolto dal mulino fino al XV secolo. Oggi grazie alla pubblicità, il Mulino delle Pile, che di bianco ha ben poco visto che è stato completamente ricostruito in scura pietra senese, è un costoso agriturismo dove sorridenti famigliole fanno salutari colazioni, in perfetta letizia. Almeno fino al momento di pagare il conto.

La pubblicità però evita accuratamente di mostrarci le condizioni di vita degli animali di molti nostri allevamenti, di parlarci della diossina nel latte di bufala, dell’olio di nocciola mescolato ad un olio d’oliva che tanto extravergine non è, del metanolo che qualche ardimentoso mette nel vino e della semischiavitù cui sono ridotti molti braccianti agricoli immigrati. La maggior parte delle nostre aziende agricole e degli allevamenti, senza i contributi pubblici e senza il lavoro in nero degli immigrati clandestini, avrebbe chiuso da un pezzo. Ma questo sembra non interessare nessuno salvo gli agricoltori. Nel nostro immaginario collettivo l’agricoltura è ormai diventata la“ferace valle degli orti” nella quale il bovino, pur sempre destinato a una brutta fine, può così assurgere con pieno merito al titolo di “pio bove”.

Carducci ai suoi tempi campava facendo il poeta; oggi sarebbe direttore marketing di qualche multinazionale alimentare.

La famiglia del toro

Ritornando alla questione del bue e del toro, diamo qualche informazione a beneficio di quei pochi che sanno tutto di I-Phone, GPS, Facebook, Isola dei Famosi, Ronaldinho e Tiziano Ferro, ma che non hanno grande consuetudine con le stalle bovine. Cominciamo col dire che il bove di Carducci, il bos taurus, appartiene alla sottofamiglia dei Bovini, insieme al bufalo, allo zebu, allo yak, al bisonte. Invece, malgrado il nome, il bue muschiato è una sorta di capra delle zone artiche, dato che appartiene alla sottofamiglia dei caprinidae. Tutti i bovini odierni sono stati oggetto di domesticazione e comune allevamento da millenni, se si eccettua il bufalo africano e il bisonte americano che, avendo avuto un’infanzia difficile per i continui attacchi rispettivamente di leoni e lupi, presentano un carattere un po’ scontroso.

Per limitarci alla specie taurus, la più allevata nei paesi occidentali, l’adulto maschio e non castrato di oltre quattro anni è definito toro. I maschi castrati se sono di età superiore ai quattro anni sono invece chiamati buoi, oppure, se di età compresa tra uno e quattro anni, manzi. Il vitello è il bovino di età inferiore a un anno. gif-mucca-cow_mooing_md_whtLa femmina adulta, cioè oltre i tre anni o che si trovi oltre il sesto mese di gravidanza, è la vacca; la manza o giovenca è la femmina tra uno e tre anni di età e che non si trovi oltre il sesto mese di gravidanza; di età inferiore a un anno è definita vitella. Chiariamo che ormai sono pochi i tori a cui è permesso di fare le cose secondo le leggi di natura : negli allevamenti moderni i tori si limitano al ruolo i fornitori di seme in provetta. Nelle stalle bovine i veterinari ormai sembrano commessi di sexy shop : si aggirano con dei megavibratori per stimolare il toro, oppure, nel migliore dei casi, gli fanno dare un’annusatina a una vacca in calore. Quando il toro dà qualche cenno d’interesse e comincia ad agitarsi, fanno sparire la vacca entraineuse e presentano al toro un simulacro, una sorta di bambolona life-size munita di raccoglitore di liquido seminale. Il poverino, messo allo strette, è costretto a esibirsi su questo attrezzo, che di bovino ha solo una pelle di vacca messa lì tanto per salvare le apparenze.

Non vi preoccupate, non ci siamo scordati della mucca. Nel linguaggio comune, la “mucca” è una curiosa contrazione onomatopeica dei termini “muggito” e “vacca”. Vacca è tuttavia il termine zootecnico corretto di un animale perennemente in gestazione, che negli allevamenti moderni non avrà mai la ventura di conoscere il padre dei suoi figli. Le manze vengono generalmente fecondate tra i quindici mesi e i due anni; il vitello nasce dopo nove mesi e ha inizio la produzione di latte che dura circa dieci mesi. A tre mesi dal parto le manze vengono di nuovo fecondate; dopo altri sette sono messe “in asciutta”, cioè non viene più munto il latte delle gestanti al fine di ricostituire le loro riserve corporee; dopo ulteriori due mesi avviene il parto successivo. Si punta ad avere un vitello l’anno, una lattazione di trecentocinque giorni e una fase di asciutta di sessanta giorni circa.

Prima dell’avvento della meccanizzazione agricola, i bovini erano ampiamente utilizzati per i lavori agricoli pesanti, come aratura e trasporti. In particolare, ai buoi erano riservati i lavori più faticosi come l’aratura, mentre le vacche venivano utilizzate per trasportare i carichi meno impegnativi. Oltre al lavoro, questi animali fornivano latte, carne e letame, un ottimo fertilizzante naturale. E non finisce qui : in alcuni paesi aridi, la mancanza di legname viene tuttora risolta utilizzato il letame secco come combustibile per cucina e riscaldamento e – impastato con argilla – per costruire abitazioni.

Nei paesi più sviluppati attualmente i bovini sono destinati esclusivamente a fini alimentari e il loro allevamento ha assunto definitivamente caratteri industriali : anche se le razze bovine sono assai numerose, molte delle quali frutto di selezioni genetiche mirate, le stalle moderne ospitano solamente le razze specializzate nella produzione di latte o di carne.

::::CONTINUA:::::

 

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