Della bufala. Intesa come una delle belle arti

Lorenzo Raffi, Splendori e miserie di monsieur maiale

Posted by pocavista su 22 marzo 2009

IL PRESENTE POST CONTIENE UNA SINTESI DI QUANTO E’ IN CORSO DI PUBBLICAZIONE NEL VOLUME

LORENZO RAFFI – D’UOMINI E D’ANIMALI

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Quel maiale di Lamark.
gif-maiale-21Smentite le tesi Darwin a favore di quelle di Lamarck? L’evoluzione di una specie non dipenderebbe da mutazioni casuali che fanno emergere i geni più idonei ad affrontare le condizioni ambientali, come sosteneva Darwin. In alcuni casi accurate ricerche confermerebbero invece un’evoluzione di tipo lamarckiano : le condizioni sociali influirebbero sulla specie umana a tal punto da modificarne perfino l’anatomia.  Al riguardo i ricercatori hanno appurato che “Operai e impiegati preferiscono il calcio, professionisti e appartenenti alla classe media il tennis, dirigenti e imprenditori il golf. Da cui si desume che mentre avanzi nella scala sociale le tue palle assumeranno dimensioni via via minori”.
Ne seguirebbe che sovrani come Carlo d’Inghilterra, mega imprenditori, come Rupert Murdock e Bill Gates e, nel suo piccolo, anche il nostro amato premier, dovrebbero avere attributi microscopici. Nel caso del principe, ciò fornirebbe una spiegazione plausibile delle sue tragiche vicende sentimentali. Tutti costoro, secondo l’ipotesi di Lamarck, dovrebbero trasmettere tali caratteri acquisiti ai figli che, sospettiamo, non ne siano molto felici.  Ma la domanda sorge spontanea : i VIP sono capaci di riprodursi normalmente oppure devono farlo per partenogenesi o gemmazione?

Partendo da qui, vari studiosi sono giunti a ipotizzare che “l’invidia del pene”, resa celebre da Freud, spiegherebbe alcuni dei loro comportamenti altrimenti incomprensibili : progredendo nella scala sociale, i VIP sottoporrebbero i propri dipendenti o il proprio paese a pratiche che – se non altro per ragioni anatomiche – non sarebbero più in grado di esercitare sui propri partner.
L’ipotesi di Lamarck sarebbe confermata anche dal fatto che il maiale, animale relegato dai suoi detrattori ai livelli più infimi della società, è dotato invece di attributi di tutto rispetto. Animale considerato – a torto – sporco e stupido, pura carne da macello, ancorchè conosciuto – a ragione – per prestazioni amatorie superlative. Oggi  invidiosi allevatori ormai privano i suini dei piaceri della carne, affidando la riproduzione di questa specie ad asettiche fecondazioni artificiali, in cui di erotico è rimasta solo la lubrica mano del veterinario. Ma non è stato sempre così; vediamo dunque come sono andate le cose nella storia suina.gif-maiale-3

Enkidu in discoteca
Graffiti rupestri risalenti a circa 40.000 anni fa, raffiguranti i progenitori del maiale, sono stati rinvenuti in Zimbabwe e nella grotta di Altamira in Spagna. La domesticazione probabilmente avvenne su cinghialetti orfani, a cui la selezione operata dall’uomo aggiunse progressivamente elementi di forte differenziazione morfologica rispetto al cinghiale. Tuttavia la domesticazione non sembra avere fissato caratteristiche genetiche e comportamentali molto diverse da quelle del cinghiale, tant’è che i maiali fuggiti dagli allevamenti si rinselvatichiscono rapidamente. Tanto per cambiare, sembra che il maiale (sus scrofa) abbia cominciato la sua love story con l’uomo nell’area compresa tra la Mesopotamia e il Mediterraneo orientale : il ritrovamento più antico, nella Turchia sud-orientale, la fà risalire all’ottavo millennio a.C. Dopo il cane, fu dunque il maiale il più antico amico dell’uomo, ben prima di pecore e capre. Non ci sono conferme invece che la domesticazione in Asia del sus vittatus, razza di maiale oggi esistente in Cina, India e Indonesia, abbia anticipato quella avvenuta in Mesopotamia. Negli ultimi secolo la selezione e gli incroci operati dall’uomo hanno poi dato vita a numerose razze regionali.
Per quale motivo cinesi, greci, egizi e romani hanno tenuto in grande considerazione il maiale? Per rispondere a questo interrogativo facciamo una breve premessa. Le grandi società premoderne stanziali erano fondate sull’agricoltura di un ventaglio ristretto di colture, in grado però di alimentare un gran numero di persone. In Mesopotamia e nell’antico Egitto le colture principali erano grano e orzo; in Asia il riso; il mais in America Latina. Secondo alcuni autori, le colture principali e le tecniche utilizzate per produrle influivano sulla organizzazione sociale delle civiltà antiche : “il grano che si alimenta dalla pioggia consente società individualistiche, il riso che dipende dall’irrigazione favorisce quelle gerarchizzate, il mais che richiede poco sforzo e produce molto crea società instabili”. Ipotesi senza dubbio suggestive, ma su cui ci sentiamo di avanzare qualche riserva.
L’agricoltore ovviamente non può permettere che ci siano delle bestie, bovini, cammelli o ovini, che pascolano impunemente le sue colture. In tali contesti avvenivano frequenti conflitti tra allevatori e agricoltori, concorrenti per l’uso delle terre più fertili. La cinematografia, del resto, ci ha fornito un’ampia testimonianza dei conflitti esistenti tra allevatori e agricoltori durante la “conquista del West”.
Nella cultura delle società seminomadi e pastorali, come per esempio quella ebraica uscita dalla Mesopotamia, l’etica prevalente definisce “buono” il pastore (come il mite Abele) e “cattivo” invece l’agricoltore (il bieco Caino). La Bibbia non ci testimonia chi fosse “il brutto”. Tra i nomadi mediorientali, e non solo, tendono a prevalere valori patriarcali e maschilisti : è comprensibile che nella Bibbia la donna (Eva) venga colpevolizzata per il peccato originale e per la cacciata dall’Eden, a costo di far fare la figura del pirla a Adamo.

Per i cristiani, figli pur sempre della Bibbia ebraica, gli esponenti della gerarchia ecclesiastica non a caso continuano ad essere chiamati “pastori” e le donne – almeno presso i cattolici e la maggior parte dei protestanti – non possono divenire “pastore”, forse a causa di quella colpa primigenia. In cambio, alle “pastorelle” dalla vista più aguzza è però concesso di scorgere la Madonna nelle grotte più buie, come a Fatima o a Lourdes.

Invece nella cultura accadico-sumerica, elaborata da popolazioni agricole e stanziali, la donna-madre del poema epico “Gilgamesh” sfrutta le proprie capacità seduttive per strappare il semiumano Enkidu dall’Eden. E ciò non per dannarlo, ma per redimerlo. Enkidu, gigantesco pastore selvatico che viveva con le belve, era stato assunto dagli dei come precario con un contratto a termine per uccidere il tirannico Gilgamesh. In effetti la donna-madre, che nella vita di tutti i giorni era una affermata professionista, vale a dire una raffinata cortigiana o, coem si direbbe adesso, una escort, iniziò quel ruspantone di Enkidu alla civiltà, facendogli assaggiare il pane e il vino. Il poema accadico non lo specifica, ma sospettiamo che la donna gli fece assaggiare qualcos’altro di ancora più convincente. gif-primitivo-con-clavaDopo aver bevuto sette calici di vino, “Enkidu era divenuto un uomo”. Al contrario di quanto succede il sabato sera di ritorno dalle discoteche.

Apriamo un parentesi : non è curioso che pane e vino siano proprio gli elementi centrali del rito cristiano della Messa? Gli ebrei, in fuga dalla Mesopotamia, non si saranno portati dietro qualche souvenir di troppo del poema epico accadico, come il racconto della donna che tenta Adamo e gli fa smarrire il biglietto d’ingresso all’Eden primordiale? O come la storia del diluvio universale che aveva dato molti grattacapi a Gilgamesh, assai prima che l’acqua alta avesse costretto Noè ad una lunga crociera low cost su una carretta del mare, insieme ad un maleodorante zoo al completo?

::::CONTINUA::::

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